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Settembre
2008
Preparazione, lavorazione
e conservazione degli alimenti...
Alcuni
metodi di lavorazione e conservazione dei cibi possono influire
sul rischio di tumore. Evidenze scientifiche riguardo la conservazione
degli alimenti, le lavorazioni tecnologiche e le preparazioni mostrano
che l’aggiunta di sale e la conservazione tramite salatura
sono probabilmente causa di tumori allo stomaco, mentre i cibi contaminati
da aflatossine sono causa di tumori al fegato.
Il termine sale, nell’uso comune, si riferisce
al cloruro di sodio. Attualmente è una materia prima di basso
costo. Come lo zucchero, il sale è un conservante e un esaltatore
di gusto.
Il più importante uso di sale, fino all’introduzione
di nuovi metodi di conservazione, era destinato al mantenimento
di alcuni alimenti come pesce, salsicce, prodotti in salamoia e
formaggi. Il sale infatti previene il deterioramento causato dai
batteri, prima ancora che la produzione di acido lattico (in alcuni
prodotti) crei un ambiente di conservazione più stabile.
La sintesi di acido lattico provoca infatti un abbassamento del
pH del prodotto che impedisce lo sviluppo di alcuni batteri patogeni.
Il consumo di questi alimenti conservati si è protratto fino
ai giorni nostri e l’utilizzo di nuove tecnologie ha reso
possibile la diminuzione della quantità di sale usata, rendendo
questi cibi più gradevoli.
Per seguire un corretto stile alimentare, oltre a ridurre la personale
aggiunta di sale bisogna tenere presente che una considerevole quantità
di sodio è contenuta anche in numerosi alimenti, anche se
non ne avvertiamo la presenza tramite il gusto. Qui di seguito vengono
indicati i contenuti di sale di alcuni degli alimenti di largo consumo.
Alimento |
Grammi
di sale contenuti |
%
della razione giornaliera consigliata |
50g di pane comune
|
0.91 |
15%
|
1 biscotto tipo frollino |
0.26 |
4% |
30g
di cereali per la colazione |
0.58 |
10% |
50g
di salumi |
1.70 |
28% |
80g
Tonno sott’olio |
0.66 |
11% |
50g
di formaggio stagionato |
0.85 |
14% |
1
dado da cucina |
1.75 |
29% |
150g
pizza margherita |
2.63 |
44% |
Panino
tipo fast food |
1.65 |
28% |
La
normale salatura può non essere sufficiente per conservare
prodotti carnei a temperatura ambiente. Un metodo di conservazione
più complesso (in inglese “curing”) prevede l’utilizzo
di combinazioni di sale, zucchero, nitriti e/o nitrati; questi possono
essere usati per ricoprire la superficie dell’alimento o miscelati
al suo interno, se in forma essiccata, oppure possono essere dissolti
in acqua, con l’immersione del prodotto nella salamoia ottenuta.
Oltre ai fini conservativi, i nitriti e nitrati vengono aggiunti
perché conferiscono alla carne un colore rosa più
attraente. I nitrati sono composti normalmente presenti nei vegetali,
in percentuale variabile in relazione al suolo e ai concimi utilizzati.
Il 5-20% dei nitrati assunti con la dieta vengono convertiti dal
nostro corpo in nitriti. I nitriti possono reagire con prodotti
della degradazione degli amminoacidi formando nitrosammine e nitrosammidi
(composti N-nitroso). Questi possono formarsi nei prodotto carnei
durante la conservazione oppure dopo l’ingestione, in particolare
nello stomaco. Diversi composti N-nitroso sono noti come mutageni
e carcinogeni animali e umani, motivo per cui l’utilizzo di
nitrati e nitriti è regolato dalla legge. In etichetta sono
indicati come: Nitrati (E249, E250) e Nitriti ( E251, E252).
Nel
processo di conservazione degli alimenti va rivolta particolare
attenzione ai prodotti vegetali su cui è possibile la formazione
di alcuni tipi di muffe (Aspergillus flavus, Aspergillus
parasiticus) che producono aflatossine.
Lo sviluppo di queste muffe può avvenire in qualsiasi fase
del ciclo produttivo dell’alimento, a partire dalla coltivazione,
per arrivare fino al consumo, in relazione alle condizioni ambientali
e ai metodi di stoccaggio e conservazione (umidità, temperatura,
tempi di permanenza in ambienti chiusi). Le tossine, quindi, possono
essere prodotte durante la crescita in campo della pianta o svilupparsi
successivamente in seguito a una conservazione o a un trattamento
impropri. Gli alimenti più sensibili al problema delle aflatossine
sono i vegetali e in particolare mais e altri cereali,
legumi, arachidi, semi oleosi, noci e mandorle. Le micotossine,
tuttavia, possono inserirsi nella catena alimentare anche attraverso
la carne e altri prodotti di origine animale come
uova, latte, formaggio provenienti da bestiame
che ha consumato mangime contaminato. Tutto ciò è
aggravato dal fatto che queste tossine non vengono distrutte dai
principali processi tecnologici di lavorazione degli alimenti come,
per esempio, la pastorizzazione e la sterilizzazione, né
dalle normali operazioni di cottura domestica. Le aflatossine ingerite
vengono metabolizzate dal fegato, creando dei metaboliti in grado
di provocare mutazioni del DNA riconosciute come responsabili del
carcinoma epatico. Questo tipo di tossicità definita “cronica”,
è provocata da una esposizione prolungata a piccole quantità
di aflatossine.
Bisogna porre particolare attenzione agli alimenti sensibili a questo
tipo di contaminazione, durante la loro conservazione e al momento
dell’acquisto, cercando di prediligere prodotti confezionati
adeguatamente e evitando prodotti di dubbia provenienza. Se una
parte del prodotto vegetale presenta ammuffimenti, anche parziali,
l’intera confezione non va consumata in quanto la tossina
potrebbe essere presente anche dove il micelio non è visibile.
Sara
Grioni - Epidemiologia Nutrizionale, Fondazione
IRCCS "Istituto Nazionale dei Tumori"
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