Che cos'è
l'epidemiologia
Gli indicatori: Incidenza,
sopravvivenza, prevalenza, e mortalità. Cosa misurano?
L'epidemiologia usa alcuni indicatori per descrivere la presenza
della malattia nelle popolazioni.
I più importanti sono: incidenza, prevalenza, sopravvivenza
e mortalità. Il continuo monitoraggio di tali indicatori
epidemiologici è utile per valutare i progressi nel controllo
sanitario, trovare le strategie più efficaci nelle cure
e per identificare i sottogruppi della popolazione più
a rischio. Si può così valutare l’efficacia
dei programmi di prevenzione primaria (evitare che compaia la
malattia), secondaria (evitare che la malattia progredisca) e
terziaria (evitare che la malattia riprenda dopo le cure), oltre
che garantire sostegni a chi ha sperimentato la malattia.
Nel nostro Paese la conoscenza delle tendenze espresse da questi
indicatori è importante non solo a livello nazionale, ma
anche a livello regionale, data la progressiva assegnazione delle
decisioni riguardanti la sanità pubblica alle autorità
regionali.
In epidemiologia, fornire numeri in valore assoluto (ad esempio
dire che in Italia nel 2010 ci sono stati 38 mila nuovi casi di
tumore alla mammella) può essere utile ma non permette
una corretta interpretazione dei dati.
E’ necessario sapere, invece, quanti casi sopravvengono
in rapporto alla popolazione; i valori assoluti sono quindi rapportati
alla popolazione e espressi, considerando il tempo di osservazione,
sotto forma di tassi - nel caso dell’incidenza e della mortalità
- o sotto forma di proporzioni, nel caso della prevalenza.
Poiché i tumori sono un evento relativamente raro, il numero
di persone a rischio di ammalarsi in un anno in una popolazione
è quasi sempre un numero decimale molto inferiore all’unità.
Per rendere il numero più facilmente leggibile,
i tassi di incidenza e di mortalità sono riferiti a 100
mila persone; significa esprimere il numero di casi che
sopravvengono ogni 100 mila persone.
L'incidenza dei tumori è il numero di nuovi
casi di tumore che si verificano in una data popolazione in
un dato periodo; si parla più precisamente di
incidenza di popolazione quando essa è calcolata per
una popolazione amministrativamente definita, ad esempio un
Comune, una Provincia ecc. L’incidenza esprime
il rischio di ammalarsi – una stima della probabilità
di ammalarsi - in quella data popolazione e fornisce informazioni
sulla presenza dei fattori di rischio. Se un certo fattore di
rischio è più presente in una popolazione, dopo
un certo lasso di tempo l’incidenza della malattia legata
a quel fattore aumenterà, se un certo fattore è
meno presente, l’incidenza si ridurrà. Ad esempio,
se in una popolazione le persone riducono il consumo di sigarette,
dopo un certo numero di anni si ridurrà il numero di
nuovi casi di tumore del polmone, una malattia molto legata
all’esposizione a fumo di sigarette (fattore di rischio).
L’incidenza stima la probabilità che un individuo
possa sviluppare una determinata malattia. Per rapportare il
numero di casi alla numerosità della popolazione studiata,
l’incidenza è espressa come tasso d’incidenza.
Matematicamente, il tasso d’incidenza è calcolato
attraverso una divisione, con al numeratore il numero di casi
che sono sopravvenuti nel periodo di tempo studiato (ad esempio,
5 anni) e al denominatore, il numero, moltiplicato per il tempo
di osservazione (ad esempio, 5 anni), delle persone in media
presenti in quella popolazione in cui quei casi sono occorsi;
il risultato di questa divisione è poi moltiplicato normalmente
per 100.000, e letto come tasso di incidenza per 100.000 persone
anno. I tassi d’incidenza così calcolati si chiamano
tassi d’incidenza grezzi (o crudi, con una parola di derivazione
inglese).
L'incidenza per la maggior parte dei tipi di tumore
aumenta con l'età; cioè, in genere, di
tumore ci si ammala di più in età matura che in
età giovanile e ci si ammala di più in età
avanzata che in età matura. Per questo motivo, i confronti
tra tassi di incidenza di popolazioni diverse devono essere
fatti tra gruppi della medesima età.
Confrontare, infatti, semplicemente tassi grezzi di incidenza
provenienti da popolazioni diverse per sapere qual è
la popolazione a più alto rischio, può portare
a errori di valutazione: se una delle popolazioni è più
vecchia delle altre, essa avrà tassi di incidenza più
alti, non perché a maggior rischio, ma perché
appunto più vecchia.
Per esempio, considerando che la Liguria è la regione
con popolazione "più vecchia" d'Italia, se
confrontiamo il tasso grezzo d'incidenza in Italia per tutti
i tumori nei maschi al 2010, risulterà più alto
in Liguria (650 casi per 100.000 abitanti) rispetto al Piemonte
(614 caso èer 100.000 abitanti), ma solo perchè
la Liguria è, appunto, "più vecchia".
Se, infatti, eliminiamo questa differenza nella distribuzione
per età (cioè standardizziamo), notiamo che il
tasso standardizzato di incidenza per tutti i tumori nei maschi
(standard europeo) è pià alto in Piemonte (369
casi per 100.000 abitanti) rispetto alla Liguria (354 casi per
100.000 abitanti).
Per ovviare al problema, si può o confrontare i tassi
specifici per età, cioè i tassi di incidenza calcolati
su singole fasce d’età, ad esempio si confrontano
i tassi di incidenza sopravvenuti nelle persone con più
di 65 anni delle diverse popolazioni, oppure si calcolano i
cosiddetti tassi di incidenza standardizzati per età
(normalmente detti, con una certa imprecisione, solo tassi standardizzati).
Il tasso d'incidenza standardizzato è una misura
artificiale che esprime il rischio di malattia che si sarebbe
verificato in una popolazione di riferimento (la cosiddetta
popolazione standard) se essa avesse sperimentato lo stesso
rischio di malattia della popolazione in studio.
Matematicamente, si calcolano
i tassi specifici d’età nella popolazione in studio
(in genere per classi d’età di 5 anni oppure di
10 anni), poi si applicano (si moltiplicano) quei tassi età-specifici
alle popolazioni di quelle età della popolazione standard
e si ricavano così i casi attesi per età nella
popolazione standard; sommati quei casi attesi per età
e ottenuto il totale dei casi attesi nella popolazione standard
lo si divide per la numerosità della popolazione standard
ottenendo così il tasso standardizzato associato alla
popolazione in studio. Ripetendo la stessa procedura per altre
popolazioni si ottengono altri tassi standardizzati ognuno esprimente
il rischio di malattia che si sarebbe verificato se la popolazione
standard si fosse di volta in volta comportata come le diverse
popolazioni a confronto. Generalmente si fa riferimento a una
popolazione standard italiana (ad esempio la popolazione italiana
di un certo anno), oppure europea, oppure mondiale - in questo
caso i tassi standardizzati risultano molto diversi dai tassi
grezzi, lo standard mondiale ha infatti una struttura per età
molto diversa da quella presente in Italia, che è in
generale più vecchia di quella di molti paesi -.
Sopravvivenza
La sopravvivenza è l’indicatore che misura
la probabilità di sopravvivere alla malattia a un certo
tempo dall’esordio della malattia – più precisamente,
dalla diagnosi -: esprime cioè, in termini di
probabilità, la prognosi associata alla malattia. Essa
indica la percentuale (%) di malati ancora in vita a distanza
di un determinato numero di anni dal momento della diagnosi,
ad esempio, "sopravvivenza a 1 anno", "sopravvivenza
a 3 anni", "sopravvivenza a 5 anni". Generalmente
è solo quest'ultima che viene presa in considerazione:
per la maggior parte delle sedi tumorali, infatti, i malati
ancora in vita dopo questo intervallo di tempo vengono definiti
‘guariti’ poiché raramente generano recidive
o metastasi dopo 5 o 10 anni dalla diagnosi. Solo alcuni, per
esempio quello della mammella, pur avendo una buona prognosi
a 5 anni dalla diagnosi, possono recidivare e metastatizzare
anche molti anni dopo.
Si parla di sopravvivenza di popolazione, quella
che viene utilizzata in ambito epidemiologico, quando essa è
stata stimata attraverso i dati forniti dai Registri Tumore
di popolazione.
In ambito epidemiologico, quando si parla genericamente
di "sopravvivenza" si intende la "sopravvivenza
su base di popolazione" cioè stimata attraverso
i dati dei registri tumori di popolazione. In altre
parole, significa che si è fatto riferimento all’intero
gruppo di persone che hanno avuto il tumore in una data popolazione
amministrativamente definita – un Comune, una Provincia
ecc. (oppure a un loro campione rappresentativo) - in un dato
periodo, ad esempio un anno, e poi si è studiato il loro
stato in vita nel corso del tempo dopo la diagnosi.
Nei dati di sopravvivenza su base di popolazione si ottengono
dati non distorti sulla probabilità di sopravvivere alla
malattia; dati cioè relativi all’intera e diversificata
condizione delle persone che si ammalano. Nella valutazione
sono cioè incluse anche le persone che per condizione
sociale o familiare, età, comportamento, istruzione non
accedono per tempo alle cure; oppure anche coloro che per lontananza
residenziale non accedono ai centri oncologici più avanzati,
oppure persino coloro che per condizioni estreme non hanno avuto
per nulla accesso alle cure. La sopravvivenza per tumore
su base di popolazione misura quindi l’esito complessivo
della malattia in una determinata popolazione; misura, in un
certo senso il grado complessivo di efficacia di un sistema
sanitario.
La probabilità di sopravvivenza per tumore non solo dipende
dal tipo di tumore (in Italia, ad esempio, la sopravvivenza
per tumore a 5 anni è del 13 % per il tumore del polmone
e dell'85% per il tumore della mammella), ma anche dall’età
all’esordio della malattia (non per tutti i tipi, ma per
molti tipi, la sopravvivenza si riduce al crescere dell’età)
e anche per sesso (non per tutti i tipi, ma per la maggior parte
dei tipi, la sopravvivenza è migliore nelle donne che
negli uomini).
Si parla di sopravvivenza grezza quando si
considerano per il calcolo tutti gli eventi di morte dopo la
diagnosi: quando, ad esempio, si osserva una sopravvivenza a
5 anni del 60% si usa dire che 60 persone su 100 sono in vita
a 5 anni, anche se in realtà i decessi in quel gruppo
saranno stati decisamente più di 40 (100-60=40) allorché
fossero stati conteggiati anche le morti non per tumore); per
ovviare a questo si usa la sopravvivenza specifica, una misura
utile ma artificiale, con la quale vengono considerati nel calcolo
solo gli eventi di morte causati dalla malattia in studio (in
questo caso dal tumore).
Matematicamente, si calcola il rapporto tra sopravvivenza
grezza nel gruppo in studio e la sopravvivenza grezza della
popolazione dal quale il gruppo in studio proviene stimando
quindi in percentuale la più ridotta sopravvivenza del
gruppo in studio.
L’interpretazione dei dati di sopravvivenza richiede
molta attenzione: non sempre quando aumenta la sopravvivenza
vi è un reale miglioramento della prognosi. La sopravvivenza
è un indicatore che misura la storia dei pazienti nel
periodo che intercorre tra la diagnosi e un certo numero di
anni dalla diagnosi e non sempre l’allungamento del tempo
di osservazione tra diagnosi e decesso significa che la mortalità
per quella malattia si è ridotta. Si pensi, ad esempio,
a un confronto di sopravvivenza nella stessa popolazione in
due periodi successivi e si supponga che per l’introduzione
di miglioramenti diagnostici la malattia nel secondo periodo
sia stata diagnosticata in una fase più iniziale di quanto
si fosse verificato nel periodo precedente, e si supponga che
la nuova procedura non avesse poi portati vantaggi reali, rispetto
agli esiti prognostici ottenuti con le procedure precedenti,
avremmo avuto sì un aumento della sopravvivenza ma esso
sarebbe stato solo apparente perché non accompagnato
da una riduzione della mortalità; è la situazione
che si verifica nel nostro Paese per il tumore della prostata,
dove la recente introduzione di nuove tecniche diagnostiche
(PSA) per una diagnosi anticipata pre-sintomatica ha per l’appunto
determinato un aumento apparente della sopravvivenza (il tempo
tra diagnosi e decesso si è esteso) senza che essa sia
associato a una riduzione della mortalità. Altre volte,
invece, l’anticipazione della diagnosi si accompagna positivamente
al posticipo della morte e si associa quindi sia all’aumento
della sopravvivenza che alla riduzione della mortalità;
è il caso ad esempio del tumore della mammella con la
diffusione dei programmi di screening.
Mortalità
La mortalità per tumore è il numero di
decessi di tumore che sopravvengono in una data popolazione
in un dato periodo. La mortalità esprime il rischio di
morte per tumore che è una stima della probabilità
di morte per tumore in quella data popolazione. La
mortalità fornisce informazioni sia sulla presenza dei
fattori di rischio che sulla prognosi della malattia che ha
portato alla morte. Se un certo fattore di rischio è
più presente in una popolazione succederà, dopo
un certo tempo, che la mortalità per la malattia legata
a quel fattore tenderà ad aumentare, se un certo fattore
è meno presente, la mortalità nel tempo tenderà
a ridursi ma, sia l’aumento che la riduzione dei decessi
sarà anche associata al tempo di sopravvivenza delle
persone che si ammalano - ad esempio, se le persone riducono
il consumo di sigarette, dopo alcuni anni tenderà a ridursi
l’incidenza del tumore del polmone e successivamente tenderà
a ridursi anche il numero di decessi. Per rapportare
il numero di casi di decessi alla numerosità della popolazione
studiata, la mortalità è espressa come tasso di
mortalità.
Matematicamente, il tasso di mortalità è
calcolato attraverso una divisione, con al numeratore il numero
di decessi che sono sopravvenuti nel periodo di tempo studiato
(ad esempio, 5 anni) e al denominatore, il numero, moltiplicato
per il tempo di osservazione (ad esempio, 5 anni), delle persone
in media presenti nella popolazione nella quale quei i decessi
sono sopravvenuti; il risultato di questa divisione è
moltiplicato normalmente per 100.000, e letto come tasso di
mortalità per 100.000 persone anno. I tassi di mortalità
così calcolati si chiamano tassi di mortalità
grezzi (o crudi, con una parola di derivazione inglese).
Dal momento che il rischio di morte aumenta con l'età,
i confronti tra tassi di mortalità di popolazioni diverse
devono essere fatti tra gruppi della medesima età.
Confrontare infatti semplicemente tassi grezzi di mortalità
provenienti da popolazioni diverse per sapere quale tra loro
è a più alto rischio può portare a errori
di valutazione: se una delle popolazioni è più
vecchia delle altre, essa avrà tassi di mortalità
specifica per causa (o semplicemente, mortalità specifica)
più alti, non perché a maggior rischio di morte
specifica, ma perché appunto più vecchia. Per
ovviare al problema si può confrontare i tassi
di mortalità specifici per età, cioè i
tassi di mortalità calcolati su singole fasce d’età
- ad esempio, si confrontano i tassi di mortalità sopravvenuti
nelle persone con più di 65 anni - oppure si calcolano
i cosiddetti tassi di mortalità standardizzati per età
(normalmente detti con una certa imprecisione solo tassi di
mortalità standardizzati). Il tasso di mortalità
standardizzato è una misura artificiale che esprime il
rischio di malattia che si sarebbe verificato in una popolazione
di riferimento (la cosiddetta popolazione standard) se essa
avesse sperimentato il rischio di morte specifica della popolazione
in studio.
Matematicamente, si calcolano i tassi specifici d’età
nella popolazione in studio (in genere per classi d’età
di 5 anni oppure di 10 anni), poi si applicano (si moltiplicano)
quei tassi età-specifici alle popolazioni di quelle età
della popolazione standard e si ricavano così i decessi
attesi per età; sommati i decessi attesi per età
e ottenuto il totale dei decessi attesi lo si divide per la
numerosità della popolazione standard ttenendo così
il tasso di mortalità standardizzato per quella popolazione
in studio. Ripetendo la stessa procedura per altre popolazioni
si ottengono altri tassi di mortalità standardizzati
ognuno esprimente la mortalità che si sarebbe verificata
se la popolazione standard si fosse di volta in volta comportata
come le diverse popolazioni a confronto.
Generalmente si fa riferimento a una popolazione standard italiana
(ad esempio la popolazione italiana di un certo anno), oppure
europea, oppure mondiale - in questo caso i tassi standardizzati
risultano molto diversi dai tassi grezzi, lo standard mondiale
ha infatti una struttura per età molto diversa da quella
presente in Italia, in generale più vecchia di quella
di molti paesi.
Prevalenza
La prevalenza per tumore indica il numero di persone
che in un passato recente o lontano hanno ricevuto diagnosi
di tumore e che risultano in vita in un dato momento
(spesso, in un giorno specifico di un anno). Nella prevalenza
vengono quindi considerati sia i soggetti che si sono ammalati
di recente sia coloro che si sono ammalati molti anni prima,
sia i guariti che coloro che sono in trattamento, sia coloro
che sono in terapia per ricaduta che i malati terminali.
Per eseguire confronti tra popolazioni diverse è opportuno
anche rapportare la prevalenza alla numerosità della
popolazione in studio. Se rapportata alla popolazione - proporzioni
di prevalenza - essa rappresenta la proporzione di quella
popolazione che in un dato momento ha vissuto o sta vivendo
l'esperienza della patologia oncologica. Questa misura,
in ambito oncologico, solitamente è espressa per 100.000
abitanti.
La prevalenza è una misura estremamente utile per la
programmazione sanitaria. Conoscendo la quota di popolazione
vivente che ha sperimentato, in un passato recente o meno recente
la malattia tumorale, è possibile quantificare la domanda
complessiva di assistenza sanitaria e sociale associata all’oncologia.
Come si può intuire, tale domanda cambia sensibilmente
non solo tra le varie ed eterogenee malattie neoplastiche, ma
in modo importante al variare del tempo dalla diagnosi e al
variare dell’esito della malattia. E' utile, quindi, distinguere
tra coloro che alla data di riferimento hanno ricevuto una diagnosi
di tumore da meno di due anni oppure da più di cinque
(lungosopravviventi), dieci, quindici o venti anni: all’insorgere
della malattia prevarranno i bisogni medici e sanitari, poi
nei primi anni successivi alla diagnosi, quelli curativi e di
controllo, e successivamente e progressivamente si affiancheranno
e diventeranno prevalenti i bisogni psicologici, sociali e riabilitativi.
Durante tutto questo percorso, le scelte mediche si differenzieranno
anche in ragione delle esiti e delle possibili sequele derivanti
dalla malattia; ciò a partire dall’esordio, e per
alcune patologie oncologiche anche dopo molti anni, qualora
la malattia riprenda o si riproponga in modo aggressivo. La
prevalenza, tanto più se disaggregata per anno dalla
diagnosi e in funzione delle attese di vita, permette di pianificare
in modo appropriato l’allocazione delle risorse per organizzare
i servizi di trattamento, supporto e controllo e per rispondere
ai bisogni di assistenza e riabilitazione di chi convive con
un tumore.
Andrea Micheli
Testi curati da Stefania Saltarelli
Revisione dei testi a cura di:
Dr. Davide De Persis, dr.ssa Dina Per e dr.ssa
Rosa Oricchio - AIMAC
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